Parlare di omosessualità – senza tabù
Il processo di liberazione sessuale degli ultimi quarant’anni e la lotta contro l’omofobia hanno senz’altro rotto un falso silenzio e fatto sì che oggi di omosessualità si possa parlare. Ciò anche grazie al contributo delle associazioni gay. Ai tabù superati, a nostro avviso, ne è però subentrato uno nuovo: mentre di tutte le diversità si può parlare, una è rimasta nel silenzio, cioè quella della diversità di genere, con la sua rilevanza a livello relazionale e in particolare per quanto riguarda il suo contributo alla vita di coppia.
Sembra oggi prevalere nel dibattito pubblico invece il parere secondo cui lo “scarto di genere” (Gender Gap) sarebbe una mera costruzione sociale e irrilevante per la vita di coppia. Rispecchia bene questo credo comune ciò che scrive un giovane su un blog: “ è ovvio che se si esaminano le coppie uomo+donna c'è una diversità di genere. Non credo che la diversità di genere del partner sia qualcosa di fondamentale. Nelle coppie con individui dello stesso sesso questo viene meno ma non credo cambi nulla, è più una cosa a livello visivo.” E se, diversamente da quanto ritiene il giovane blogger, la differenza tra uomo e donna investisse le persone non soltanto “a livello visivo”?
Susan Pinker, femminista di ultima generazione, nel suo controverso saggio Il paradosso dei sessi (Einaudi 2009), ritiene che all'origine della differenza tra uomo e donna ci sia “uno scarto biologico che favorisca inclinazioni e atteggiamenti distinti”; quindi, secondo la ricercatrice, il diverso modo tra uomo e donna di percepire, sentire e pensare sarebbero tutt’altro che una mera costruzione sociale, bensì il risultato di una complessa e soprattutto continua interazione tra fattori biologici e culturali. La ricercatrice canadese sostiene che soltanto “accettando questa divergenza fondamentale” si potrà realizzare un'organizzazione del lavoro e sociale adeguata. Con il suo saggio la Pinker getta nuova luce sulle differenze tra uomo e donna e offre spunti inediti su un dibattito in diverse sedi.
È ovvio che quello che vale per l’organizzazione del lavoro vale all’ennesima potenza per l’”organizzazione” e le regole della vita di coppia e della vita intima. L’amore, per essere tale, deve cercare sempre l’altro, il diverso. Mentre l’Eros, come tutti sappiamo, può cercare in tante direzioni, l’amore, inteso come dono di sé e base per una relazione esclusiva e proiettata verso l’eterno, ha bisogno di una persona che sia diversa. Difficilmente una relazione è sostenibile nel tempo senza complementarietà dei partner, senza che uno dei partner possa donare nel suo modo d’essere qualche cosa all’altro che quello non possiede. Per quanto importante, l’attrazione erotica non è mai condizione sufficiente per una relazione d’amore, occorre che i partner siano “utili” l’uno all’altro a livello del modo di percepire, sentire e pensare.
E se questa necessaria diversità dei partner nelle coppie dello stesso sesso non fosse sufficientemente presente o se non fosse sopperibile con adeguati surrogati? Oggi si tende ad attribuire la sofferenza e precarietà relazionale delle coppie gay esclusivamente all’omofobia della società e alla cosiddetta omofobia interiorizzata, ossia “all’assimilazione della negatività sociale” che diventa “causa della difficoltà ad accettarsi, dell’autodisprezzo, e di comportamenti inconsciamente autodistruttivi in una persona omosessuale” (Prof. V. Lingiardi in un’intervista sul blog di Bioetica). Stando alla voce di molte persone omosessuali e ai saperi scientifici in ottica interdisciplinare, questa spiegazione sembra non sia sufficiente. Se la solidarietà della società con gli omosessuali intende essere sincera, bisogna guardare in faccia alla realtà intera, inclusa quella del ruolo della diversità di genere per la vita relazionale. E’ ora di parlarne, di togliere un tabù che ancora sembra pesare su molte persone come una pietra tombale.
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