Domande di un padre alla società

“L’omosessualità è una variante naturale e sana della sessualità umana che promette la stessa felicità di vita come la variante eterosessuale, se non ci fosse l’ostilità sociale dell’ambiente circostante.” Oppure: “Gli omosessuali nascono così e vivono in coppie come gli eterosessuali”.  Frasi come queste le ho sentite e lette tante volte, sui media e anche da persone reali, amici, conoscenti, colleghi, familiari. 
Mia moglie e io abbiamo sempre vissuto in un ambiente progressista in cui il comune credo era ed è proprio questo. Ma è davvero così? Noi genitori possiamo stare tranquilli? Basta accettare la scelta del figlio, difenderlo dall’omofobia della società e non ci saranno problemi particolari?
Eppure i genitori che conosciamo, anche quelli progressisti e addirittura politicamente impegnati,  quando apprendono che il figlio è omosessuale, restano quasi tutti terrificati.
Questa reazione è soltanto un segno di chiusura mentale e di pregiudizio? Di egoismo genitoriale che non accetta di rinunciare ai suoi sogni egoisticamente proiettati sul figlio, pensiero su cui un mio amico gay e psicologo ha invitato mia moglie e me a riflettere? Queste sono le domande che noi genitori ci  poniamo.
 Oggi sui media c’è una fortissima presenza di coppie e matrimoni gay. Il mondo gay realmente esistente che ho incontrato – e altri padri pure hanno fatto la stessa esperienza - è invece un “network ricreativo”, consistente di Cruising bar, “saune”, Dark room e quant’altro, sono luoghi rigorosamente promiscui e in buona parte convenzionati con ARCI Gay.
Sono uguali ad analoghi locali del mondo eterosessuale come gli swinger club (posti dove si pratica lo scambio di coppie), sostengono gli attivisti di ARCI Gay. E’ davvero così?
Ho appreso (v. anche: http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo292755.shtml ) che all'inizio del 2006, a Mignanego, nell'entroterra genovese è stato aperto uno "swinger club" per eterosessuali per cui il gestore inizialmente aveva ottenuto l'affiliazione ARCI. A distanza di due giorni dall'apertura del locale, a seguito di un blitz dei carabinieri, che aveva portato alla denuncia di 32 persone (per atti osceni) il circolo veniva chiuso. Come si legge nell'articolo, comunque,  il locale verrà riaperto, seppure costretto a rinunciare all'insegna ARCI (che pare abbia deciso di ritirare l'affiliazione). Perché, mi domando, questo ritrattare dell'ARCI? 
Perché l'ARCI non considera altrettanto negativi i sex club per omosessuali, ove le pratiche sessuali sono (più che) paragonabili a quelli di un locale per scambisti etero?
Gli omosessuali sono una razza diversa?
A chi opera questo tipo di discriminazione tra etereo e omosessuale posso solo dire: i nostri figli omosessuali sono umani come gli altri e meritano le stesse tutele.
I nostri figli sono sensibili come tutti e non capisco perché questo tipo di sesso anonimo, spersonalizzato e disumano a loro debba fare meno male che agli altri. Perché la società e i media dicono ai giovani omosessuali che i Cruising bar, le saune, i dark room sono normali e “ricreativi”e riserva a questi locali addirittura trattamenti fiscali privilegiati?
I Sex club per solo uomini sono un fenomeno marginale nella cultura e nel mondo gay realmente esistente?
A credere i mass media questi locali addirittura non esistono, non compaiono mai. E’ soltanto il “razzismo omofobo” (termine usato da ARCI Gay e da qualche politico) che usa il fenomeno per screditare i gay? La risposta la dà ARCI Gay stessa: sul suo sito (www.arcigay.it) sono registrati più di sessanta di questi locali in Italia e gli aventi diritto all’accesso a questi club privé sono150.000, ossia tutti i tesserati ARCI Gay, capofila del relativo consorzio.
In compenso ARCI Gay, specialmente in questo periodo, a livello di comunicazione di massa e a livello politico, promuove i Pacs e i matrimoni gay, in quanto sposarsi, avere una relazione di amore stabile ed esclusiva, renderla pubblica sarebbe una’aspirazione prioritaria dei gay.
Ma è davvero così?
In molti Comuni dell’Italia centrale alcuni anni fa sono stati istituiti i Registri delle coppie di fatto che hanno dato questa possibilità ai gay, i Registri però sono rimasti sostanzialmente vuoti.
Ad esempio nel Comune di Perugia con 158.000 abitanti, risulta registrata una sola coppia gay! L’amore omosessuale è davvero uguale a quello eterosessuale, gli omosessuali vivono in coppie come gli eterosessuali
Durante il 2006 l’ARCI Gay ha protestato contro l’esclusione degli omosessuali dalle donazioni di sangue negli ospedali italiani (a causa del maggiore rischio AIDS tra i gay). Effettivamente da alcuni anni su buona parte della stampa non compaiono più articoli che precisino il rischio specifico dei gay e l’impressione che i giovani devono avere è che il rischio AIDS non li riguarda più. Ma è davvero così?
Dal rapporto annuale sulle malattie infettive 2006 si evince che il numero dei casi di nuove infezioni AIDS di chi pratica omosex è pressoché uguale a quello egli eterosessuali. Ammesso e non concesso che il numero dei gay in Italia ammonti al 5% della popolazione (dato sostenuto dal mondo gay), il rischio di contrarre il virus risulta pertanto 20 volte superiore a quello degli eterosessuali. Ammessa una popolazione gay del 2% della popolazione totale (come altre fonti sostengono) il rischio è 50 volte superiore.
L’omosex promette la stessa felicità dell’amore eterosessuale?
I nostri figli e noi genitori non dovremmo porci questa domanda?
E i fatti sopra menzionati non dovrebbero interessare, o meglio non li dovremmo conoscere? Sembra proprio così, visto che per esempio il Corriere della Sera nei suoi report sull’AIDS degli ultimi anni, sempre lunghi di una intera pagina, non menziona neanche una volta gli omosessuali e i rischi specifici connessi.
Noi genitori, siamo razzisti omofobi quando poniamo queste domande? Dovremmo, come buoni cittadini, attenerci a quello che ci dice la società, la tv, i grandi giornali?
Noi genitori amiamo i nostri figli, anche con la loro debolezza. Questa società mediatica fa altrettanto? O li sa accettare soltanto negando e rimuovendo i loro problemi, moltiplicandone gli effetti negativi?
  

La solitudine

 
La nostra solitudine di genitori
 
Sono la madre di un ragazzo molto giovane, omosessuale.
Sono stata da giovane una contestatrice, ho vissuto in pieno il ’68 e fortunatamente, pur se in mezzo a tante contraddizioni, nelle sue forme più positive e belle, di ricerca della libertà, della giustizia sociale, dell’apertura e allo stesso momento della vicinanza all’altro, della solidarietà.
Ecco, questi valori, molto forti dentro di me, credo di averli appresi prima in famiglia e poi di averli potuti sperimentare da giovane nell’impegno sociale e nella politica.
Già a quei tempi avevo amici omosessuali e per la verità, a ripensarci oggi, la loro omosessualità non è mai divenuta oggetto di un confronto, neanche di una confidenza, loro erano così e basta. Sembrava che “la cosa” non ponesse alcun problema, anche se più tardi, proprio attraverso il mio migliore amico dell’adolescenza, ho potuto intuire che la sua realtà di omosessuale era assai dolorosa e travagliata.
Quando sono venuta a sapere dell’ omosessualità di mio figlio ho provato un colpo, sordo, al cuore; poi, a poco a poco, mi sono imposta di far prevalere la ragione e mi sono appigliata ai principi di apertura e di tolleranza, insomma a tutto quello che avevo sempre condiviso sull’omosessualità come forma di diversità.
La mia prima risposta ascoltando i racconti di mio figlio è stata quella di proporgli di andare al cinema insieme, perché proprio in quei giorni c’era una rassegna del cinema gay; mi è sembrata,
allora, una forma di condivisione e di amore nei suoi confronti.
Non mi rendevo ancora conto di non conoscere questa problematica così complessa. Oggi, alla luce dei tanti fatti che sono successi e che continuano a succedere, sento che è necessario impegnarsi a comprendere, insieme naturalmente, a continuare ad amare, forse anche più di prima.
E per cercar di comprendere con amore, non posso non osservare e registrare i fatti.
Ho visto mio figlio, nel momento in cui ha deciso di vivere da gay, cambiare radicalmente vita.
Nel giro di poche settimane ha lasciato lo sport che praticava e che gli piaceva; ha lasciato gli scout che, mio marito e io crediamo abbiano rappresentato, seppur con momenti di crisi - peraltro normali tra gli adolescenti - la sua esperienza più importante di crescita al di fuori della famiglia.
Ha iniziato a rifiutarsi di collaborare a risolvere qualche problema tecnico che si presentava in casa, al computer, o, che so, alla presa elettrica; ha cominciato a dire che “non sapeva fare”, che non gli interessava, quando sempre in passato aveva dato prova di essere molto capace: al computer cercava, sperimentava, inventava e, quando io, in difficoltà, gli chiedevo aiuto, lui sapeva subito come intervenire e risolvere.
Improvvisamente non voleva più, non sapeva….salvo, quando, come accade ancor oggi, si dimentica della sua identità gay e, preso da qualcosa che lo appassiona veramente, accetta di farti un’operazione e allora torna ad essere attivo, veloce e a usare la sue competenze.
Abbiamo potuto toccare, sentendoci impotenti, un secco arresto del suo sviluppo. A nulla sono valsi i solleciti, le proposte che venivano anche da altri amici. Via la scuola, da cui era riuscito ad ottenere ogni volta risultati soddisfacenti, dove stava sviluppando anche i suoi molti interessi; e via la musica, via il teatro, via il cinema che seguiva con continuità e passione, via anche la cucina, il disegno, con cui sapeva ben fare.
Il rapporto con questi aspetti della vita si è rotto. Ma soprattutto si è rotto il rapporto con le persone che facevano parte del suo mondo, rapporto a cui, nonostante i suoi timori, teneva. Allora non ha più frequentato amici maschi, le sue amicizie sono diventate tutte femminili, i maschi ora li trova nei locali, nelle discoteche. Al momento il corpo pare sia al centro dei suoi interessi, lo guarda e riguarda allo specchio, lo liscia, lo colora, lo trasforma…
E dal padre, con cui ha sempre faticato a porsi in relazione, anche se con la coda dell’occhio ne ha sempre scrutato la risposta, mio figlio, dopo il suo dichiararsi gay, si è ulteriormente allontanato; e tuttora, nel rivolgersi a lui, è come se ci fosse ogni volta una vena di provocazione o di aggressività, molto al di là della ribellione o del  desiderio di affermarsi di un adolescente.
Ma mio marito continua a cercarlo, gli racconta di sé e di loro due, gli fa proposte e mi sembra che nostro figlio sia anche disposto, a volte, a misurarsi con lui, in fondo ho il sospetto che si fidi di lui. Questo mi dà la speranza che un giorno smetta di fuggire e riprenda a crescere.
 
In mezzo a molti eventi dolorosi non abbiamo sentito la vicinanza e l’amicizia delle persone da cui eravamo sicuri di poter essere capiti. Devo riconoscere che nel nostro ambiente progressista la risposta è stata il silenzio; per disinteressamento da parte di alcuni, per altri, forse, per difficoltà personali ad affrontare questo tipo di problematiche. Comunque non c’è stata condivisione.  Quando in alcuni casi ho provato a farlo presente, le persone con cui parlavamo, pur senza sapere nulla o quasi dei processi veri e devastanti in atto nella vita di nostro figlio, ci hanno semplicemente invitato ad accettare la sua scelta, lasciando anche trapelare giudizi di merito, simili ai messaggi che leggiamo nei media. In quasi nessun caso ho avvertito il desiderio o la disponibilità a conoscere e ad ascoltare la voce di chi vive in prima persona la sofferenza.
Mio figlio ora vive in un ambiente marginale estremo. Pochi delle mie amiche e dei miei amici, che pure lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene, mi chiedono notizie di lui.   
 
 

Uno strappo improvviso

 
Uno strappo improvviso

Ti capita di svegliarti  un giorno e di scoprire che tuo figlio ha cambiato “faccia”.

Lui che è sempre restato vicino a te, che ti ha sempre confidato e raccontato tutto, che ti ha sempre fatto partecipe delle sue scelte, delle sue paure e delle sue insicurezze, che ti ha sempre chiesto aiuto nei momenti di difficoltà....

Tu che  hai sempre parlato con lui, che gli hai sempre dato consigli, che hai discusso con lui di tutte le situazioni, che lo hai sempre ascoltato e che molto spesso hai fatto tesoro dei suoi consigli e delle sue esperienze....

Tutto filava alla perfezione:

  • Amicizie stabili
  • Ottimi risultati a scuola
  • Determinazione
  • Congratulazioni da parte di tutti i conoscenti

Poi improvvisamente tutto cambia....

  • Nervosismo, chiusura in se stesso
  • Voglia di andarsene da casa perchè è talmente opprimente da non permettergli di potersi esprimere e divertire 
  • Abbandono degli studi 
  • Ricerca di amici diversi 
  • Paura di avere un fisico inaccettabile e malato tale da non consentirgli di potersi realizzare.

Lo vedi  ridotto a un burattino senza iniziative e che desidera ciò che   gli suggeriscono gli “altri” e non ciò che nasce dentro la sua fantasia e la sua immaginazione.      

Non è più in grado di  interrogarsi sui suoi desideri autentici e quale sia il ruolo da svolgere nella sua vita.

Non è più in grado di esprimere quel sorriso radioso di cui era portatore.

E arriva il giorno in cui ci prega di permettergli di andarsene da casa per poter essere più sereno e non più sottoposto ai nostri “controlli” che limitano la sua libertà.

Col nostro aiuto esce di casa per tre volte con la conseguenza di  depressione ed ipocondria in forte aumento ad ogni ritorno a casa.

L’offerta di aiuto ed assistenza ed i medici che gli garantiscono un perfetto stato di salute fisica lo innervosiscono sempre di più.

Poi arriva il giorno in cui ti grida con rabbia di essere OMOSESSUALE.

La sensazione immediata è quella di un crollo di tutte le tue aspettative e come si suol dire “ti crolla il mondo addosso”.

Poi raccogli tutte le tue forze e ricominci a ragionare e a pensare.

Cominci a rivolgerti alle persone che possono darti dei consigli ma ti aumentano le preoccupazioni perchè le risposte ti sembrano banali e non corrispondenti  alla tua situazione in considerazione  dell’arco di vita che hai percorso con tuo figlio.

Ti dicono:

  • Uno nasce omosessuale
  • L’omosessualità è genetica
  • Ma guarda la TV: tutti dicono che l’omosessualità è una cosa normale che va assecondata
  • Ci sono tanti omosessuali realizzati
  • Ognuno deve fare la propria esperienza e imparare sbattendo la testa contro il muro
  • Guarda anche nella  compagnia di mio figlio c’è un omosessuale e nessuno fa problemi

E via dicendo su questo tono.

Però poi t’informi e realizzi che anche quell’amico, che sembrerebbe vivere liberamente, ha gli stessi problemi di tuo figlio:

 

Depressione ed incapacità di portare a termine qualsiasi tipo di progetto ridotto ad un “burattino” senza desideri.

E allora ricominci una ricerca un poco più approfondita al di fuori delle cerchia dei tuoi amici.

Internet, associazioni, psicologi.

Le risposte sembrano quasi unisone:

L’omosessualità è una condizione normale e se la contrasti sei un “omofobo”.

A questo punto ti convinci e cerchi di seguire questi suggerimenti ma poi ti accorgi che la situazione con tuo figlio non migliora anzi peggiora.

Ancora ti rimbocchi le maniche e ricominci daccapo e finalmente trovi una voce diversa:

  • Le sofferenze delle persone con tendenze omosessuali sono causate dallo stesso stato omosessuale e dalle cause che hanno portato a questa tendenza.
  • Non esiste nessuna componente genetica ma piuttosto componenti ambientali.
  • Occorre prendersi cura delle persone con tendenze omosessuali uscendo dal luogo comune che la tendenza omosessuale sia innata.
  • Esiste una “terapia riparativa” che ti permette, attraverso psicoterapeuti, di analizzare le cause delle sofferenze omosessuali.

Ricominci a parlare con tuo figlio sotto un nuovo riflettore che irradia una luce più chiara e splendente e che porta ad effetti positivi:

  • ripresa degli studi
  • miglioramento dei problemi psicosomatici
  • ritorno al dialogo

E ti sembra di tornare a vivere anche se le difficoltà sono sempre nascoste dietro il classico angolo.

 

DI FRONTE A SIMILI SITUAZIONI   noi genitori non dobbiamo essere superficiali e classificare certi atteggiamenti  dei nostri figli come normali e propri della generazione che stanno vivendo ma dobbiamo preoccuparci nel momento in cui  ci accorgiamo che nostro figlio, invece di vivere la propria giovinezza creando quegli stimoli necessari per una sana e corretta  crescita,   la trasforma  in un gioco senza accorgersi di sprecare la vita e rovinarla gravemente.

Dobbiamo preoccuparci quando realizziamo che nostro figlio è sotto l'influsso di un distorto concetto individualista di libertà e in un contesto privo di valori fondati sulla vita, sull'amore umano e sulla famiglia, che finirà per incidere gravemente  sul suo futuro, quando la fase della giovinezza sarà passata e subentrerà una  prospettiva ed una visione  del mondo  molto diversa.   

Noi genitori dobbiamo preoccuparci di quella cultura in cui la società e i mass-media offrono al riguardo il più delle volte una informazione spersonalizzata e ludica, di quella mancanza di valori per cui tutto viene messo sullo stesso piano , di quel  comportamento che porta a sperimentare tutto quello che passa per la mente senza pensarci e valutando le conseguenze mentre accadono e non prima, prevedendole.

Quando  noi  genitori pensiamo di aver la possibilità di impedire o di modificare in qualche modo  i  comportamenti di nostro figlio che riteniamo essere a rischio, non solo dobbiamo sentirci in dovere di  farlo, ma dobbiamo essere convinti che   in caso contrario mancheremmo  ad  un nostro preciso dovere.       

Quando noi genitori ci troviamo di fronte ad un  comportamento di nostro figlio  che non approviamo abbiamo il dovere di manifestare la nostra disapprovazione, aggiungendo sempre  :”Ricordati che qualsiasi cosa tu faccia, ti vogliamo bene e sappiamo aspettarti”

Voce fuori dal coro

Un giovane scopre la vacuità della vita gay

Mi presento: sono un ragazzo di 21 anni, studio fisica nucleare. All'età di 13 anni mi innamorai per la prima volta di una ragazza. Fu l'esperienza più gratificante e totale della mia vita. Successivamente, però, ho avuto per molti anni fantasie omosessuali e lo scorso anno ho deciso di realizzarle. Ho avuto una relazione omosessuale che non mi ha portato nulla di buono, solo ferite su ferite. Molti potrebbero rispondermi che la colpa è riconducibile alla persona "sbagliata" con cui ho avuto questa relazione, e che per quanto riguarda l'amore per quella ragazza, ero troppo giovane e immaturo. Ma non è così. Almeno nel mio caso. Nel tentare di rimettermi in piedi da questa enorme sofferenza decisi di informarmi, per non arrivare impreparato a una nuova relazione omosessuale. Ho avuto così modo di conoscere più da vicino l'ambiente gay. Ma ciò non mi ha aiutato, anzi, ha incrementato i miei dubbi.
Finché un giorno mi è tornato in mente che avevo letto di omosessualità in un libro di psicologia che era in casa: questa tendenza era messa in relazione al complesso di Edipo. Era un libro degli anni '70, per cui mi sembrava antiquato; inoltre ho sempre visto nella teoria di Freud una eccessiva importanza data al sesso, per cui decido di fare ricerche su materiale più recente. E così, per caso, scopro Nicolosi. Mi sono rivisto in pieno in quella che lui chiama relazione triadica "madre iper coinvolta dominante e intrusiva, padre distante, distaccato e critico". Ho avuto disappunto, però, nel vedere quanto questa sua teoria sia stata stumentalizzata dalla Chiesa, che a livello mediatico si pone in modo quantomeno controproducente ai suoi scopi. Non ho problemi a dire che sono in buona parte anticlericale. Ma la questione religiosa è una cosa intima e personale, che prescinde dal resto delle convinzioni e dei valori (molti miei valori "laici" corrispondono a valori cristiani).
Sono sempre stato anticonformista un po' in tutto. Ma nella sessualità ho sempre desiderato essere conforme. Ho scoperto che non sono compatibile ad avere una relazione con un altro uomo, sperimentandolo sulla mia pelle. Per anni ho ascoltato messaggi antiomofobici, che condivido, ma che contenevano un presupposto che ora ho il coraggio di mettere in dubbio “non ci si può fare niente, bisogna accettarsi e basta”. Finalmente ho trovato una voce fuori dal coro, che mi piace. Finalmente il mio senso critico ha raggiunto un traguardo importante. Come ho già detto, studio una materia scientifica, quindi, a ragion veduta, nego il mito del "gay si nasce, è una questione genetica". Intendo perciò intraprendere un percorso psicoterapeutico.

Mi congratulo con AGAPO e spero che la vostra "voce fuori dal coro" possa diffondersi in modo costruttivo, attraverso una dialogica costruttiva e non quella del muro contro muro che pervade la nostra società e che comincia ad essere frustrante.

Nicolosi non si è inventato nulla

Sono un omosessuale poco più che ventenne. Devo dire la verità non sono affatto la classica checca.
Di aspetto non molto mascolino ma cmq non si direbbe mai a vedermi dall'esterno che nutro certe attrazioni. Sinceramente non so dire se io sia omosessuale o mi sia semplicemente abituato fin da molto giovane a fare sesso con persone dello stesso sesso.
Ad ogni modo a parte esperienze esclusivamente materiali (prolungate) durante l'adolescenza ho avuto (con un uomo) un unica storia durata forzatamente più di un anno; già al terzo mese però non volevo più continuare ma la persona che mi era accanto mi ha ripetutamente violentato in senso psicologico a rimanere insieme giocando sulla "spettacolarità" delle sue crisi isteriche che avvenivano ad ogni mio tentennamento sulla volontà reale di una nostra relazione. In sostanza io volevo solo fare sesso con lui,
che neanche mi piaceva poi così tanto, mentre lui voleva che lo amassi..ma quando gli dicevo "ti amo" non mi sentivo me stesso.
Dalla fine della nostra storia (tra le peggiori vicende della mia vita) ho iniziato a distaccarmi da tutto quel modo di intendere le cose e ho iniziato a cercare degli aspetti "spirituali" e profondi che potessero anche conciliarsi con la mia omosessualità e la ricerca di un amore.
Insomma cercavo, la verità, cercavo me stesso!
Mi spiego: non volevo più il giocarello e basta. E pur sostenendo fino all'ultimo l'idea di coronare la mia condizione con una relazione alla fine ho capito (mio malgrado) che due persone dello stesso sesso non possono stare insieme.

Io mi trovo molto d'accordo con quanto voi sostenete. Anzi, le vostre ragioni per me sono proprio ovvie! In particolare quando dite che la sofferenza dell'omosessuale è solo "in ultimo" dovuta alle discriminazioni sociali e prima di tutto alla condizione stessa: tutto assolutamente vero! Sia ben chiaro però, ammettere queste cose fa male a me stesso in primis!
Il fatto paradossale è che io provenendo da una famiglia tranquilla con due genitori "di paese" le cui idee (tra le tante anche quelle sull'omosessualità) sono modellate inconsapevolmente dai media; così mi sono trovato io stesso, nel peculiare e tragicomico compito di fornire loro queste spiegazioni, trovando a volte non poca resistenza dovuta a queste loro idee incrostate nei loro cervelli dalla TV.
Ho visto anche il video su Luca di Tolve al quale auguro felicità, senza riservarmi il diritto di indagare sulla veridicità del suo cambiamento ciò che mi ha sconvolto anche nei commenti a quel video è un oscuramento grossissimo della verità che la lobby gay è riuscita a compiere in pochi anni di potere, al punto che certi
motti (l'ormai sentenza-filastrocca dell'OMS che proclama la normalità degli atti omosessuali), sembrano aver assunto la forma di ritornelli scacciapensieri da tirar fuori ad ogni occasione di "omofobia" (la quale il più delle volte è rappresentata da una semplice opinione contraria alla lobby gay piuttosto che da un reale atto discriminatorio).

A parte lo schifo dei locali, vedo che la lobby gay ha capito benissimo come accalappiare sostenitori. Lo fa infatti con i più giovani. Io, questi ambienti un po' li ho girati; sia in internet che dal vivo è pieno di ragazzi stupendi e intelligenti che vanno in giro a cercare l'amore che poi in realtà è sesso. Spesso fino a 17 o giù di lì, fanno sesso a rotta di collo senza protezione e rischiano davvero grosso oltre il fatto che non si rendono conto che cercano una cosa che alla fine non trovano mai (tantomeno in quel modo).

Fatto sta che però esistiamo. Io mi reputo una persona molto analitica, e grazie a questa mia caratteristica e ad una buona profondità di pensiero sono addirittura riuscito a "far cambiare" idea alla mia psicologa (che sin dal primo incontro mi ha ribadito l'imposta normalità dell'orientamento omosessuale), dato che ne sono risalito in toto alle cause.
Ci sono riuscito da solo!! Questo per dire che Nicolosi non si è inventato assolutamente nulla!
Però io alla fine in questa posizione particolare capisco anche gli attivisti perché è molto più comodo
ripiegarsi sulla finta verità del gay che può diventare felice e bello ricco e sempre giovane, piuttosto che riconoscere a pieno la propria condizione di sofferenza e di limite seppur portare avanti tale atteggiamento è un atto apparentemente autolesionista.

Andare avanti con una consapevolezza come la mia vi assicuro che è mille volte più difficile che vivere da gay per tanti motivi.
Siamo dei "non amati" per certi versi. Quest'offesa ha ucciso proprio noi che eravamo solo più sensibili degli altri.
Quanto amore avremo potuto dare ai nostri figli se non avessimo ricevuto questa ferita??? tutto quello che non c'hanno dato,i nostri padri?? No...forse anche di più!!
Mi sento letteralmente offeso da eventi ostentatari come il family day tanto ostentati quanto il Gay Pride. Due modi diversi di raccontare una barzelletta. Io, pur non potendone costruire una per volontà non mia, sono un veneratore della famiglia. Però se è vero che questa non si cura propinando omosessualità a destra e a manca allora diciamolo apertamente che non si cura neanche andando a fare a gara con il numero di figli procapite. La famiglia sta in crisi!! ok troppo facile fare i dottoroni senza prendere gli esempi nel vissuto personale di chi certe mancanze la ha subite.
Io sono un utopico però mi andrebbe di fare un sacco di cose rivolte al bene in questa mia sofferenza.
Io mi reputo abbastanza paterno e sarei felice se in futuro potessi offrire gratuitamente questo tipo di amore ad un bambino magari orfano di padre o figlio di una ragazza madre; ne sarei infinitamente grato a Dio.

Per quanto riguarda la terapia riparativa, non penso di averne bisogno perché ho riconosciuto da solo per filo e per segno tutte le cause. Poi più che terapia lo chiamerei "cammino". Purtroppo non penso che sia funzionale (ad un certo punto però è talmente tanta l'idea di una famiglia che secondo me si è disposti anche a fingere) questo perché è tutta la nostra crescita che è stata viziata in un unica direzione e quindi tutta la nostra persona in un certo senso manca profondamente di certe caratteristiche comportamentali che in genere si formano dopo anni e anni da bambini e non da adulti.
Da quando ho scoperto di essere omosessuale tutta la mia vita ha subito un declino mostruoso soprattutto perché penso che un domani sarà molto più difficile di oggi.

CIAO

Intervista con Michael Glatze

Un ex attivista gay spiega in che modo ha lasciato l’omosessualità


Michael Glatze (nella foto) si è dichiarato gay all’età di 13 anni e infine

ha fondato “Young Gay America”, un progetto non-profit di diffusione

attraverso i mezzi di informazione. In seguito ad una serie di incidenti

Glatze ha iniziato a rendersi conto che non era gay ma che aveva a che

fare con paure inerenti alla propria mascolinità. Da allora ha rifiutato la

propria identità gay. Nell’intervista con il dottor Joseph Nicolosi egli

descrive il proprio viaggio spirituale ed emotivo.

Dott. Joseph Nicolosi: Grazie Michael per la tua disponibilità a parlare

pubblicamente della tua vita. Hai già discusso in passato della tua

trasformazione religiosa e noi sappiamo che le esperienze religiose

possono avere un effetto profondo sul senso della propria identità. Ma mi

piacerebbe discutere anche della dimensione psicologica. In particolare,

che cosa ti viene in mente quando ripensi ai momenti trasformativi o ai

momenti di introspezione personale.

Michael Glatze: La prima cosa che mi viene in mente è che ho iniziato a

rendermi conto della natura dei miei desideri e del fatto che ero in grado di

modificarli.

J.N. E’ una frase interessante: “la natura del desiderio.”

M.G. Anche se quando ripenso alla mia vita nella comunità gay, c’era

sempre quella regola tacita di “ non mettere mai in dubbio i tuoi desideri

per lo stesso sesso.”

J.N. Si. Questa è una regola molto importante nella comunità gay.

M.G. Giusto. In effetti – è la regola numero uno.

J.N. Regola numero uno: “Non chiederti perché.” Le persone “lo sono e

basta.” Nessuna domanda circa il perché.

M.G. Appena ti unisci al club, questa è la prima regola. Puoi esaminare la

causa di qualsiasi altra cosa, eccetto dell’omosessualità.

J.N. Posso esplorare le ragioni del mio alcolismo, del mio eccessivo

appetito, della mia depressione – ma non della mia omosessualità.

M.G. Giusto. E, ironicamente, è ok perfino per gli eterosessuali mettere

in dubbio la propria eterosessualità.

J.N. (annuisce)

M.G. Così, quando infine mi resi conto che potevo mettere in dubbio la

mia omosessualità divenne tutto molto religioso. Iniziai a cercare la

volontà di Dio e a tentare di comprenderne il significato. Man mano che

acquisivo una maggiore conoscenza iniziai a dubitare di cose in cui avevo

creduto per tanto tempo. Avevo creduto in concetti che non avevano alcun

senso, alcun peso. E scoprii che non avevo più bisogno di crederci per

avere un senso di identità.

J.N. OK… quindi dici che quando hai iniziato a seguire la volontà di Dio

hai iniziato anche a rifiutare alcuni dei presupposti e delle credenze che si

associano all’idea che l’omosessualità riflette “ciò che sei,” nel senso più

profondo.

M.G. Si – ho iniziato ad esaminare questioni politiche, sociali e anche

questioni più interpersonali. Ad esempio la natura della dinamica del

potere tra due uomini è una questione riguardo alla quale ero molto

ingenuo. Ogni volta che mi trovavo in disaccordo con l’uomo che era il

mio partner in quel periodo – questo prima che iniziassi a relazionarmi con

Dio e con me stesso, autonomamente da chiunque altro – mi lasciavo

convincere dalle sue argomentazioni.

J.N. Quindi, a causa della tua relazione sempre più profonda con Dio hai

iniziato a sviluppare un’identità distinta, autonoma…

M.G. Esattamente. Questa è stata decisamente la prima cosa che ho

notato.

J.N. in che modo Dio è entrato nella tua vita? Come è successo?

M.G. Ebbene, in realtà lui (Dio) lo ha fatto. Mio padre era morto a causa

di un’improvvisa malattia cardiaca ed io pensavo di aver sviluppato la

stessa malattia. Avevo una specie di panico – una reazione ipocondriaca.

Per circa un mese, mentre attendevo i risultati dei test, pensavo che stessi

per morire.

J.N. OK, quindi soffrivi di attacchi di ansietà. Eri convinto che avresti

avuto un attacco di cuore come tuo padre e questo ti riempiva di paura.

M.G. Assolutamente, perché mio padre è morto mentre stava

semplicemente camminando sulla spiaggia. E dopo feci una cosa stupida:

provai ad autodiagnosticarmi cercando informazioni su Internet.

J.N. Il che faceva accrescere la tua ansietà perché ti sembrava di avere

ogni sorta di sintomo…

M.G. Esattamente (ride). Quindi pensavo che ogni mio passo

probabilmente sarebbe stato l’ultimo; attesi i risultati del test è alla fine ho

scoperto di non avere quella malattia.

J.N. (annuisce col capo) Si dice spesso che ciò che davvero ci conduce a

Dio é la paura della nostra mortalità… vivere l’esperienza di dubitare della

nostra sopravvivenza.

M.G. E’ proprio così. Ho scoperto di non avere quella malattia cardiaca e

ho ringraziato Dio. È stata la prima volta nella mia intera vita in cui ho

letteralmente riesaminato ogni concetto conosciuto dalla mia mente, la mia

intera esistenza.

J.N. Quindi, all’inizio hai provato paura, poi gratitudine, e infine

“metanoia”… un risveglio della tua vera identità.

M.G. E’ stato quello il momento. Non avevo più dubbi. E’ stata la fine di

una lotta intensa tra me e Dio.

J.N. Avete fatto pace?

M.G. Si è trattato di una pace istantanea.

J.N. Meraviglioso. Assolutamente fantastico.

M.G. E in quell’esperienza, improvvisamente, mi sono ricongiunto con

tutte le altre parti dell’umanità con le quali ero sempre stato in lotta.

J.N. Ti sei ricongiunto con l’esistenza.

M.G. Si, ma in quel momento non ero consapevole di questo. Sentivo

semplicemente che mi ero ricollegato a qualcosa di primario. Ho provato

una sensazione di autonomia, e così ho iniziato lentamente a comprendere

che cosa significasse tutto ciò.

J.N. Ho utilizzato le parole “ricongiunto con l’esistenza”, ma quali

sarebbero state le tue parole? Come descriveresti l’esperienza?

M.G. La prima cosa che ho provato è stato un senso di libertà, di

personale autonomia; in seguito, quando ho iniziato a leggere i Vangeli ed

in particolare le parole di Gesù, ho cominciato a capire ciò che mi stava

veramente accadendo – la nozione di una nuova vita. Nei Vangeli Gesù

rinunciava alla sua vita per me – donandomi una nuova vita …e tutti quei

concetti che non avevo mai conosciuto prima di allora.

J.N. Non sei stato cresciuto in una famiglia religiosa?

M.G. Sono cresciuto in una famiglia cristiana, ma in realtà era tutto come

in una fiaba. Mio padre non era cristiano; ha indebolito ancora di più le

verità divine che hanno cercato di insegnarci. Le trasformava in una sorta

di storielle simpatiche e sciocche per festeggiare il Natale.

J.N. Tua madre era religiosa?

M.G. Si. Era cristiana, non confessionale. Ci ha portati nelle chiese Unity

dove adoravano Dio-Padre, Dio-Madre e cose simili. Era una brava donna

con il desiderio di compiacere suo marito – un uomo molto agnostico che

era stato un hippie di Berkeley negli anni ‘60.

J.N. Parlami della tua comprensione psicologica della situazione in cui ti

trovi?

M.G. Dunque, come ho detto, la prima cosa che mi è successa è stato il

crescente senso di autonomia. In seguito ho iniziato a notare come

funziona la dinamica del potere all’interno delle relazioni gay.

J.N. Tra maschi

M.G. Tra maschi – Ho notato che c’è sempre una differenza di potere,

che due uomini non possono giungere davvero a qualche sorta di accordo

reciproco senza che una parte domini l’altra. Ed è stato allora che ho

iniziato a rendermi conto di questo. La mia relazione con il mio partner

cominciò a finire perché eravamo letteralmente giunti in un vicolo cieco,

non volevamo più accordarci. Quando ciò è accaduto lui non sapeva cosa

fare perché era abituato alla mia sottomissione.

J.N. Stavi cambiando?

M.G. Dopo che ci siamo lasciati ho iniziato a sviluppare una maggiore

autonomia. Per un po’ ho cercato ogni possibile spiegazione per quanto

stava accadendo – ho preso in considerazione tutto tranne l’omosessualità.

Un giorno, mentre ero seduto, pregando tra le lacrime, dissi “Che cosa mi

accade? Non capisco – Che cosa c’è che ancora non va?” E fu come se

tutto all’improvviso diventasse ovvio. Scrissi sullo schermo del mio

computer— “Sono eterosessuale.” L’ho scritto, e dopo averlo scritto,

semplicemente non potevo crederci. Mi sentivo come se avessi infranto la

legge.

J.N. Una svolta nella comprensione?

M.G. E tuttavia è stato terrificante; avevo la sensazione che milioni di

persone stessero ridendo di me, condannandomi per aver scritto quelle

parole.

J.N. Qualcosa del tipo “come osi dire che sei eterosessuale!”

M.G. Si. Ma da quel momento in poi mi sono reso conto che era la

verità. Adesso dovevo capire il perché di quei desideri e da dove venivano.

J.N. In altre parole, “se sono eterosessuale, allora perché provo questa

attrazione?

M.G. Giusto.

J.N. Questo è esattamente il primo passo della terapia del riorientamento,

dichiarare “Sono eterosessuale.”

M.G. Si.

J.N. Quindi stai dicendo che “non sei omosessuale; sei un eterosessuale

con un problema omosessuale.”

M.G. Esattamente. E mi fa piacere sentire che è tu hai lo stesso

approccio perché è questa la verità. Voglio dire, l’identità gay è totalmente

un’invenzione.

J.N. Un costrutto sociale. E quando la consideri in questo modo, inizi a

chiederti, allora perché provo attrazione per lo stesso sesso?

M.G. E’ così. Nel mio caso mi ha aiutato molto la meditazione. Mi sono

unito a una comunità – non è settaria, ma hanno alcuni legami con il

buddismo.

J.N. Di che tipo di meditazione si tratta?

M.G. È semplice, stai in posizione eretta e ti concentri sul tuo respiro.

J.N. E poi, qualunque pensiero ti venga in mente, lo osservi.

M.G. Esattamente. In questo modo ogni cosa che viene in mente non è

nulla di più di un pensiero, poi scendi sempre più in profondità fino a

quando osserverai pensieri e costrutti più grandi. Alla fine scivolano via

tutti. La stessa cosa iniziò ad accadere con i desideri per lo stesso sesso. In

quel periodo leggevo anche i tuoi articoli dove parlarvi del Falso Io. Le tue

parole mi hanno colpito molto perché erano perfettamente in linea con ciò

che avevo già iniziato a scoprire con la meditazione – che abbiamo un Io

Vero e che, per me, era l’Io che avevo già riconosciuto come l’autentico

ed autonomo Io-con-Dio.

J.N. L’Io ispirato da Dio che emerge con la meditazione.

M.G. Esattamente. Restavo attaccato a quel Vero Io, e mentro

riconoscevo tutti gli altri Falsi Io, li vedevo crollare.

J.N. Molto interessante. Così hai iniziato ad osservare tutti questi

costrutti dell’Io partendo dalla prospettiva del Vero Io.

M.G. Quando ho letto il tuo pezzo sul Falso Io e anche quando parlavi

della mascolinità e del forte desiderio di mascolinità, ho capito che era

esattamente ciò che mi era successo. Leggevo molto e cercavo di acquisire

una maggiore conoscenza, dal punto di vista politico, di tutti i concetti in

cui una volta avevo creduto. Iniziai a comprendere come la nostra cultura

avesse soffocato la mascolinità.

Già in passato avevo esaminato queste nozioni sulla mascolinità del punto

di vista prospettico del liberalismo, del socialismo e della psicologia

umanistica. Avevo capito che la mascolinità doveva essere equiparata alla

femminilità ma avevo abbracciato idee femministe. Così quando ho letto il

tuo pezzo la questione della mascolinità mi è divenuto chiaro.

Quando ripenso a mio padre, a come aveva paura della mascolinità…

imparai anch’io ad aver paura. Di conseguenza, quando all’età di nove

anni vidi mia madre che stava piangendo per causa sua, divenni il suo

protettore contro mio padre e contro tutte “le forze maligne” della

mascolinità.

J.N. Sembra che questa sia stata per te l’origine del Falso Io – un rifiuto

di rivendicare la mascolinità dentro di te. Si tratta di uno schema comune

tra gli uomini. Hanno un’immagine negativa di ciò che significa essere

maschio, si alleano con la propria madre contro il padre, e così facendo

non abbracciano mai pienamente la propria identità mascolina.

M.G. Assolutamente. Non volevo associarmi con qualcosa che potesse

fare del male ad una donna così come lo aveva fatto a mia madre.

J.N. Poiché tua madre era la figura fonte sicura di affetto.

M.G. E’ così.

J.N. E senza tua madre non eri nulla.

M.G. E’ così.

J.N. E quindi, in un certo senso, non stavi proteggendo soltanto tua

madre ma stavi proteggendo anche te stesso dall’annientamento.

M.G. Si, esattamente – come hai scritto nel tuo saggio. Esattamente.

J.N. Um-hmm.

J.N. Così la tua era ciò che noi chiamiamo la Classica Famiglia triadica –

dici di aver avuto una madre eccessivamente presente e un padre distante e

distaccato.

M.G Si. E in seguito, naturalmente, proprio come lo hai descritto, con

l’inizio della pubertà, il corpo è colmo di energia sessuale ed io desidero

fortemente la mascolinità perché ovviamente ho bisogno di averla dentro

di me. Ma nello stesso tempo non la desidero perché ne ho paura. Tutto ciò

è perfettamente logico – e tuttavia il vero detonatore è stato questa identità

gay inventata [offerta dalla società]. Ricordo molto chiaramente, quando

avevo 14 anni, che un mio amico si avvicinò a me e mi spiegò che ero gay.

J.N. Quell’etichetta è la risposta a tutto, non è vero?

M.G. Esattamente. È questo il problema, è proprio questo.

J.N. È una risposta semplice e rapida a un problema molto complicato.

M.G. E’ vero. Se continuiamo a fornire questa identità le persone non

risolveranno mai i propri problemi.

J.N. Perché l’etichetta dell’Io Gay è come una mano di vernice passata su

un’aspetto disordinato della nostra vita.

M.G. Si, è come uno strato di glassa. Ed è davvero insidioso, quando ti

accorgi che come editore di una rivista gay per giovani, stai facendo

proprio questo ai teenager! E’ questo che alla fine mi ha fatto smettere.

J.N. Quindi eri editore di una rivista gay…

M.G. Si. Iniziavo lentamente a comprendere la mia identità gay ma non

volevo parlarne ancora con nessuno al lavoro. Ma poi ho letto che nelle

scuole elementari stavano introducendo libri di testo che affermano

l’identità gay e mi resi conto che dovevo smetterla. Ovviamente, sono

soltanto una persona ma forse, dicendo queste cose adesso, posso aiutare

qualcuno.

Quando penso alla mia vita, se quell’identità gay non mi fosse mai stata

offerta su un piatto, e se nella nostra società avessimo un chiaro approccio

morale verso la questione – di essa [dell’attrazione verso i maschi] mi sarei

già occupato da tempo.

J.N. Giusto.

M.G. È pazzesco. Proprio non lo capisco. Ti dirò che quando per la prima

volta ho guardato il sito NARTH, mi sono sentito in colpa. Naturalmente

ne avevo già sentito parlare – ero un’attivista e vi avevo già catalogati

insieme agli “odiosi gruppi di estrema destra.” Sapevo di voi perché

dovevo mantenermi aggiornato su tutte “le persone odiose” in giro.

Onestamente, quando cliccai su un articolo del sito NARTH, ebbi la

sensazione di violare la legge; come se non avessi dovuto leggerlo.

Riuscivo soltanto a leggere alcune parole, dopodiché dovevo fermarmi.

J.N. Leggere materiale di NARTH era come un tabù per te.

M.G. È stato orribile. Era incredibile – e mi fa rendere conto di come

fossi soggiogato – e anche di come lo sono tante altre persone.

J.N. Sentire quel genere di controllo sociale è come essere in una setta,

non è vero?

M.G. E’ come una setta. Adesso parlano di me come se fossi morto

davvero – è ciò che [gli attivisti gay] dicono. C’era un titolo in un giornale

gay “Vita e Morte di un Americano Gay” – parlavano di me.

J.N. Si, l’ironia è che in realtà sei venuto alla vita!

M.G. Proprio così!

J.N. Quando leggi gli scritti di romanzieri gay, trovi sempre una nota di

fondamentale decadimento, ogni cosa alla fine si deteriora – le cose

semplicemente si degradano, scompaiono e muoiono. C’è un

perseguimento della bellezza della gioventù ma con una reale assenza di

trascendenza. Se leggi la vita di Oscar Wilde, per esempio, noti la stessa

cosa, quella radice pessimistica. E’ uscito un nuovo libro su Wilde scritto

da un uomo gay, che presumeresti essere un alleato di Wilde – tuttavia egli

parla di come la vita di Wilde fosse bizzarra e perversa. Sono certo che

conosci queste cose meglio di me.

M.G. Di queste cose ne ho viste molte. I più anziani sono semplicemente

attirati dalla bellezza di ragazzi più giovani e cercano di catturarla…sia per

concupiscenza sia perché cercano di apparire fisicamente più

giovani.Vogliono ottenere quella bellezza e quella mascolinità che non

hanno.

J.N. Provi attrazione per lo stesso sesso adesso? Che cosa fai quando

accade?

M.G. In realtà non mi succede molto spesso. Quando sono assorto nella

meditazione e un pensiero oppure un desiderio affiora, piuttosto che

concentrarmi su di esso o perseguirlo, “lascio semplicemente che esista”

Il mio Autentico io cresce ed il Falso Io alla fine sparisce insieme a quel

desiderio.

J.N. Quindi la consideri come una lotta tra il Vero ed il Falso Io?

M.G. Si.

J.N. Così ogni volta che l’attrazione del Falso Io per persone dello

stesso sesso affiora…?

M.G. Prima l’afferravo semplicemente, mi dichiaravo “gay” e tutto il

resto, inclusi tutti gli altri sentimenti, come il farsi sottomettere.

J.N. Adesso invece cerchi di resistergli.

M.G. Veramente non è che lo combatti perché – forse questo viene dal

buddismo – il combatterlo implica una lotta.

J.N. Giusto. Non lo combatti… semplicemente non fuggi e lo tolleri.

M.G. Stai con lui e quindi lo consideri per ciò che é.

J.N. Esatto.

M.G. E così facendo scendi sempre più in profondità.

J.N. Si.

M.G. Tanta parte di questa attrazione per lo stesso sesso è in realtà una

sorta di umiliazione. C’è anche tanta superficialità e la paura ti fa pensare

che questo è semplicemente ciò che tu sei. L’ho notato di nuovo proprio un

paio di settimane fa. Per un attimo sono stato preso dal panico e ho detto

“questa cosa la vuoi davvero,” ma è durato soltanto una frazione di

secondo. Non ho perso il controllo e non ho afferrato quel desiderio, lo

lascio andare.

J.N. Giusto. E hai fatto questo in stato di meditazione?

M.G. No, nel corso della giornata. Le tecniche di meditazione si

applicano alla vita quotidiana.

J.N. Capisco.

M.G. Così, quando l’attrazione per lo stesso sesso si fa viva di nuovo, la

lascio stare, e così facendo mi sento più me stesso, nutro il mio autentico

Io.

J.N. Mediti spesso?

M.G. Non seguo un programma fisso. Alcuni giorni mi siedo e medito

per un’ora, di solito lo faccio una volta ogni tre o quattro giorni. Ho anche

frequentato quattro o cinque programmi durante i weekend.

J.N. Pensi che questo ti porterà all’eterosessualità?

M.G. Lo sta già facendo.

J.N. Sta modellando la tua vita.

M.G. Non ti devi soltanto disfare, attraverso un processo di crescita, del

Falso Io… devi costruire un Nuovo Io a partire dall’eterosessualità.

J.N. Esattamente. Stai dicendo molte delle cose che insegno nei miei

seminari.

M.G. È vero, perché quando lasci andar via i sentimenti diventi

gradualmente più forte. E quando accade, non hai neanche bisogno di

creare l’eterosessualità.

J.N. È spontanea a quel punto, perché è latente…

M.G. E’ già li.

J.N. E’ nella tua natura.

M.G. Ed è così diversa dall’omosessualità.

J.N. Spiegaci perché.

M.G. Tu lo hai descritto molto bene – l’omosessualità ti mette dentro un

Falso Io. È tutto nella tua mente – e su questo ovviamente ho focalizzato

molto la mia attenzione – è letteralmente tutto nella tua mente. La

differenza tra l’omosessualità e l’eterosessualità è immensa ma penso che

moltissime persone omosessuali non se ne rendano conto perché sono così

abituati a questa sessualità creata nella mente che non riconoscono la

differenza.

J.N. Quando dici “nella mente” gli uomini gay ribatteranno “è nel mio

corpo. Quando vedo un ragazzo attraente, non è la mia mente – io sento

quella scossa nel mio corpo.”

M.G. Si, diranno così. Tuttavia, quella scossa è una messaggio di Dio

che ti dice che quella cosa al di fuori di te che desideri tanto, dovresti

invece svilupparla dentro di te.

J.N. Questo è l’elemento “riparativo”. L’omosessualità è uno sforzo per

riparare una parte integrale della tua natura cercando al di fuori di te ciò

che ti manca dentro.

M.G. Esattamente. Se mi sentissi attratto da qualche attributo mascolino,

direi “ Bene, ho due possibilità di scelta: la prima è quella di gettarmi nel

rapporto omosessuale e sentire quella mascolinità. La seconda è quella di

fermarmi, fare una pausa, rendermi conto del perché mi sento attratto

verso quell’attributo e dire “no, non ne ho bisogno. In realtà, c’è l’ho già.”

J.N. Giusto.

M.G. E? come una specie di illuminazione perché è un chiaro messaggio

che c’è qualcosa che puoi sviluppare dentro di te. La fai crescere dentro di

te, dopodiché non la desideri più.

J.N. E in questa liberazione dal forte desiderio sessuale ha un ruolo

importante la meditazione.

M.G. Almeno come punto di riferimento. E funziona soltanto perché

sono in grado di riconoscere qual’è il Vero Io e non mi lascio spaventare

da esso.

J.N. Questo è molto importante. Prima della meditazione devi riconoscere

il tuo Vero Io…

M.G. E’ così.

J.N. Per quanto tempo lo hai fatto? Per quanto tempo ti sei sottoposto a

questa trasformazione?

M.G. Dunque, se partiamo dalla prima volta che ho riconosciuto l’Io

autentico – non sapevo veramente che si è trattato di questo quella volta

che ho avuto l’esperienza di Dio circa quattro anni fa – ho iniziato a

lavorare seriamente su tutti questi desideri circa un anno e mezzo fa.

J.N. Um-hmm

M.G. Ed è stata la prima volta che mi sono recato in un luogo buddista e

ho iniziato a meditare e ad apprendere un nuovo linguaggio – un

linguaggio nuovo che mi ha insegnato ad osservare la mia mente.

J.N. Quindi, fondamentalmente, entri in uno stato meditativo e osservi

questi pensieri mentre affiorano.

M.G. Non si tratta tanto di “entrare” in questo stato, perché esso non è

diverso dal mio normale stato mentale. Esiste la percezione che la

meditazione sia uno stato ma in realtà anche questa è una falsa dualità.

Non c’è alcuna differenza tra come sono adesso e come sono quando sono

seduto in meditazione. È solo che la meditazione mi concede lo spazio per

calmare i miei pensieri e ridiventare forte, così, quando torno alla vita di

tutti i giorni, ho ancora quel punto di riferimento.

J.N. Per tornare a cosa?

M.G. Per ritornare a me stesso.

J.N. Capisco.

M.G. A volte non ne ho bisogno perché sento di essere stato abbastanza

autentico o abbastanza solido.

J.N. (annuisce col capo)

M.G. Ma è interessante anche notare come tutto questo si allaccia alla

religione perché ho avuto diverse esperienze in cui ho cercato di

focalizzare la mia confusione su Gesù. Si è trattato di esperienze molto

profonde. Era come se lui fosse una presenza reale – capace di prendere

tutta la mia confusione, e perfino tutti i miei desideri, e di trasformarli.

J.N. Si…

M.G. E una volta trasformati sono diventati parte del mio Vero Io.

J.N. Assolutamente. E’ il potere che il trascendente ha di trasformarci.

M.G. Esattamente. Non direi mai a nessuno che l’omosessualità si può

curare semplicemente con la sola meditazione, perché non è vero.

J.N. OK….

M.G. Ci sono molte persone gay che sperimentano la meditazione e che

dicono di essere ancora gay.

J.N. Si. Non meditano sulla loro sessualità dalla tua stessa prospettiva.

M.G. Per me la meditazione è stato un modo per non sottopormi alla

terapia; sarebbe stato quasi impossibile poiché non avevo denaro. La

meditazione ti fornisce un linguaggio ma Dio ti dà la direzione e la

motivazione. Nessuno dei miei cambiamenti sarebbe avvenuto senza Dio o

Gesù. Conosco persone che hanno meditato per molti, molti anni, e forse

adesso sono molto più calmi e più saggi di me – ma la direzione che hanno

preso è diversa e adesso sono ancora gay.

J.N. Dunque, dici che porti con te, nella meditazione, quella verità

riguardo il Falso Io e l’omosessualità. Per meditazione non intendi uno

stato mentale diverso o alterato – è soltanto di una “ rivelazione della

verità”. La meditazione crea l’occasione per bloccare le distrazioni esterne

e per “giungere alla verità”, e quella verità, per te, è ispirata da Dio.

M.G. E’ proprio così. Devo dire però che l’organizzazione della

meditazione mi infastidiva perché sono anticristiani. Era una cosa che

dovevo risolvere e ho pregato molto al riguardo. Avevo la sensazione che

Dio mi stesse dicendo: “No, non smettere, ti fa bene…. prendi da questa

esperienza ciò che di buono ti può dare.

Non voglio che questo suoni come “puoi cambiare anche senza Dio”

poiché non penso che sia possibile. Non lo so, forse voi avete successo con

persone che sono senza Dio…

J.N. Abbiamo successo con persone che non sono religiose, ma in quanto

cattolico, credo che lo Spirito Santo stia operando anche nelle loro vite.

Molti uomini diventano più religiosi durante il processo terapeutico. In

quanto psicologo non rientra nel mio ruolo introdurre idee religiose, ma i

clienti stessi spesso iniziano gradualmente a ricercare la conoscenza di un

creatore man mano che crescono in umiltà e trasparenza. In realtà, la

ricettività verso un rapporto con Dio spesso sembra rientrare in un più

largo processo di maturazione emotiva.

Michael, tante grazie per le tue profonde intuizioni sul processo di

cambiamento.


Agapo ringrazia Patrizia B. per la traduzione

http://omosessualitaeidentita.blogspot.com per la prima pubblicazione italiana

Manif pour tous - Manif pour tous – un impegno umano e sociale

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